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spaziocinema2001
di Nicolò Matta
5 agosto 2007
Demoni - 1985 - Lamberto Bava
Dèmoni
Lamberto Bava, Usa 1985, 88'
Con Natasha Hovey, Urbano Barberini, Karl Zinny, Nicoletta Elmi, Fiore Argento, Fabiola Toledo, Paola Cozzo.




L'avvento dei demoni è una delle profezie di Nostradamus, ampiamente citata nella letteratura e nel cinema. Anche Dardano Sacchetti, abile sceneggiatore di thrilling italici e non solo, non ha resistito alla tentazione di ricorrervi per scrivere il soggetto di quello che è da molti considerato il miglior film di Lamberto Bava. Un horror il cui gran successo - innumerevole se pensiamo che si tratta di un b-movie - è dovuto a Dario Argento che ne è stato cosceneggiatore e produttore con la Dac Film. L'idea di base del film è chiaramente ispirata ai capolavori di George A. Romero sugli zombi, con i quali Dèmoni condivide il senso di claustrofobia, l'umorismo macabro e l'alta suspense. I protagonisti sono degli adolescenti, come il pubblico a cui il film era indirizzato inizialmente (se non fosse stato per il divieto ai minori di 18 anni), invitati da un uomo misterioso all'inaugurazione di un nuovo cinema di Berlino, il Metropol. La prima sequenza del film, accompagnata dal tema musicale di Claudio Simonetti, è nella metropolitana invasa dai punk vista sotto gli occhi della protagonista Natasha Hovey; ben presto l'incubo, però, inizia ad assumere proporzioni catastrofiche. Lei e una sua amica, insieme ad altre persone tra cui due aitanti ragazzi che cercavano di abbordarle, vengono intrappolati nella sala cinematografica dove dilaga, contagiato da una prostituta ferita con una strana maschera, un virus micidiale che trasforma gli umani in orrendi mostri. E' nella parte principale del film che si scatenano gli effetti truculenti, ma il piattoforte sono i trucchi di Sergio Stivaletti la cui bravura e professionalità sono impareggiabili, mal supportate però dalla direzione di Bava junior, fin troppo intenta nel disgustare lo spettatore con facili efferatezze. Quel che conta maggiormente, nel film, è la citazione colta (più quella di Romero che di Nostradamus) e l'efficacia dei contributi tecnici, tra i quali le scene di Davide Bassan e la fotografia di Gianlorenzo Battaglia, al servizio del talento visionario di Bava. Fin troppo sacrificati sono invece i personaggi, e ancor di più la sceneggiatura che, oltre di Argento, Bava e Sacchetti, porta anche la firma di Franco Ferrini. In conclusione, Dèmoni è un film che ha rischiato di rimanere memorabile. Per molti fan, comunque, lo è.



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cinema
29 luglio 2007
Arancia meccanica - 1971 - Stanley Kubrick
Arancia meccanica
(A Clockwork Orange)
Stanley Kubrick, Usa 1971, 126'
Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Miriam Karlin, Michael Bates, Warren Clarke, John Clive.



<<Eccomi là. Cioè io Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, Georgie e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milkbar, arrovellandoci il Gulliver per sapere che cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende latte+, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quello che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto, e disposto all'esercizio dell'amata ultraviolenza>>. Così comincia Arancia meccanica, il capolavoro, violento e surreale, diretto da Stanley Kubrick che fece scandalo all'uscita negli Anni Settanta per i contenuti forti, ma comunque venne destinato a diventare memorabile. Benchè lo sembri Alex (Malcolm McDowell), protagonista di quest'epopea in un futuro non troppo lontano, non è il ragazzo della porta accanto. Insieme ai suoi tre Drughi, il nostro passa le sere a stuprare belle fanciulle, pestare barboni, rubare e a compiere altre azioni criminose che presto lo portano al carcere. Dopo aver violentato la moglie (Adrienne Corri) di uno scrittore (Patrick Magee) - che poi finirà paralizzato -, è tradito dai suoi compagni e arrestato in seguito all'uccisione della proprietaria (Miriam Karlin) di una clinica per dimagrire (in realtà una casa di appuntamenti). Sottoposto ad un lavaggio del cervello, denominato "Programma Ludovico" e ancora sperimentale, è obbligato a non commettere più nessun atto di violenza e odia persino la Nona Sinfonia di Beethoven - che prima amava alla follia. Subisce quindi la vendetta dei compagni, diventati poliziotti (<<Per noi ex Drughi il miglior lavoro è questo>>), e lo scrittore riesce a indurlo al suicidio. Alex però si risveglia, ancora vivo, in ospedale, dove riceve la visita del Ministro degli Interni, che l'aveva già selezionato per il "Programma Ludovico". Che, in realtà, si scopre non ha funzionato come avrebbe dovuto! Per il protagonista rinizia quindi una nuova vita, ancora all'insegna di quelli che, recita la locandina, sono i suoi principali interessi: <<Lo stupro, l'ultra-violenza e Beethoven>>.



Al principio ispirato dal romanzo Un'arancia ad orologeria di Anthony Burgess, perfetto esempio di opera fantascientifica e distopica, il capolavoro kubrickiano, uscito nel 1971, dette subito scalpore per il ricorso, seppur in maniera irrealistica, a numerose scene di violenza. Lo sfortunato Alex, che commette numerose violenze canticchiando e ballando il tip tap (il pestaggio dello scrittore e lo stupro della moglie sono sulle note di Singin' in the Rain), non può che suscitare l'immensa pietà del pubblico, quando da carnefice diventa la vittima di una Società che lo vuole cancellare. Alcune sequenze da ricordare: la scena d'apertura ambientata nel Korova Milkbar, la maratona di video sconvolgenti per il "Programma Ludovico", il menage-à-trois sulle note dell'overture del Guglielmo Tell. Il montaggio sconvolgente, la splendida fotografia di John Alcott e l'utilizzo della musica classica riarrangiata da Wendy Carlos con il sintetizzatore Moog sono all'attivo del film, che s'avvale anche dell'ottima interpretazione (la migliore della carriera) di McDowell. All'uscita vietato in Italia ai minori di 18 anni, Arancia meccanica vi è stato ridistribuito nelle sale (con un divieto ridotto ai minori di 14 anni) nel 1998 senza alcun restauro o ritocco.




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13 luglio 2007
La casa dalle finestre che ridono - 1976 - Pupi Avati
La casa dalle finestre che ridono
Pupi Avati, Italia 1976, 110'
Con Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Gianni Cavina, Giulio Pizzirani, Vanna Busoni, Bob Tonelli, Eugene Walter.



Era alla sua prima mystery story Pupi Avati, eppure dal risultato sembrava che ne fosse certamente un esperto. Nel raccontare l'intricata e spaventosa storia di Stefano (Lino Capolicchio), un restauratore coinvolto, nella Bassa padana, in un'atmosfera sanguinolenta e perversa, si gioca molto sulla suspense scaturita dall'aspetto psicologico, con sequenze d'ottima fattura e taglienti come una lama affilata. Il nostro protagonista è incaricato di restaurare un affresco in una chiesa, raffigurante la morte di San Sebastiano e dipinto da un artista locale folle e morto suicida anni prima. La voce dell'artista, tal Buono Legnani, è incisa in un nastro che eccheggia in più scene del film, aumentando il mistero e l'aspettativa nei confronti del pubblico. Spaesato in questo luogo poco ospitale e tetro, il mite Stefano si troverà faccia a faccia con la morte e con ambigui personaggi che non sono certo dalla sua parte. L'unica che lo è, la bella e giovane Francesca Marciano, morirà in modo orribile. Stessa sorte toccherà anche all'autista Coppola (Gianni Cavina), che gli rivela inquietanti retroscena del rapporto fra il pittore Legnani e le sue due sorelle, impegnate con lui in uno sconveniente rapporto incestuoso. Il film funziona grazie al buon mestiere di Avati e a una solida sceneggiatura - di cui sono autori, oltre al regista e il fratello Antonio, anche Cavina e Maurizio Costanzo - più che all'apporto dei tecnici che, pur efficaci, non contribuiscono molto al risultato finale. Senza la partitura musicale di Amedeo Tommasi, il film non ci perderebbe molto, ammettiamolo. Persino la fotografia di Pasquale Rachini, abituale collaboratore di Avati, è fin troppo funzionale da risultare inutile. E' all'attivo della pellicola, invece, il talento di alcuni interpreti tra cui il sorprendente Capolicchio, che dà il giusto spessore, risultando quindi credibile, al personaggio di Stefano. Fra i crediti c'è persino, udite udite, il nome di Giovanni Corridori, che anni prima, nel primo spaghetti-western di Sergio Leone Per un pugno di dollari, si firmava John Speed.      



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12 luglio 2007
Il presagio - 1976 - Richard Donner
Il presagio
(The Omen)
Richard Donner, Usa 1976, 111'
Con Gregory Peck, Lee Remick, David Warner, Harvey Stephens, Martin Benson, Billie Whitelaw.



Brividi e suspense. Nulla di più offre Il presagio, capostipite della saga di Omen dedicata alle peripezie di Damien, un bambino dagli occhi penetranti e bellissimi che non è altri che il figlio del Demonio. Allevato dal potente ambasciatore Robert Thorn (Gregory Peck) e da sua moglie Kathy (Lee Remick), che dopo la morte del suo primogenito appena nato decide di sostituirlo con Damien, senza sapere niente delle sue origini, il bimbo cresce felice finché, all'età di 6 anni, non iniziano ad accadere fatti orribili. Alla festa di compleanno del bimbo la sua bambinaia, gridando <<Damien, questo è per te!>>, s'impicca. Subito dopo un prete (Martin Benson), a conoscenza della discendenza diretta del bambino da Satana, che aveva già cercato di avvisare Thorn, muore impalato. Una messaggera del demonio (Billie Whitelaw) accorre in aiuto del malefico Damien, che tenta perfino di far fuori la mamma incinta (e alla fine ci riuscirà) mentre, nel frattempo, il padre indaga con l'aiuto di un fotografo (David Warner) che ha scoperto che in tutte le foto fatte alle vittime c'è un segno, un'imperfezione. Pure quest'ultimo fa una brutta fine, venendo decapitato. L'ultima speranza dell'ambasciatore è l'archeologo Bugenhagen (Leo McKern), che gli consegna sette pugnali con i quali Thorn dovrà ripetere, davanti all'altare di una chiesa, il sacrificio di Isacco. Mentre il film avanza, le scene di tensione non si contano - la decapitazione di David Warner è girata con effetti speciali rozzi ma efficaci - e i morti si susseguono, agli spettatori non viene certo il dubbio di trovarsi davanti a delle situazioni inverosimili, anche perché Il presagio, da thriller psicologico che sembrava, diventa subito un horror con la moda della truculenza lanciata dal suo illustre predecessore, L'esorcista, campione d'incassi del 1973. All'attivo della pellicola, che oggi potrebbe benissimo risultare fin troppo datata, c'è indubbiamente la bravura degli interpreti, tra cui un Gregory Peck invecchiato ma in forma e l'ottimo David Warner, la sapienza dei tecnici degli effetti speciali (con alla guida John Richardson della squadra di 007) e il talento del compositore Jerry Goldsmith, premiato con un Oscar per le musiche, tra cui la terrificante Ave Satani che richiama i famosi canti gregoriani. Non è fra i pregi, invece, la regia fin troppo manierista di Richard Donner, che Morandini definì <<un accademico mediocre>>, non ancora approdato al gran successo di Superman. E', comunque, migliore di John Moore che, nel 2006, ne ha diretto un inutile rifacimento.           



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11 luglio 2007
Psyco - 1960 - Alfred Hitchcock
Psyco
(Psycho)
Alfred Hitchcock, Usa 1960, 109'.
Con Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles, John Gavin, Martin Balsam, John McIntire 



Inchinatevi davanti a Sir Alfred Hitchcock, il maestro del thriller americano. Il suo Psyco, tratto da un romanzaccio horror di poco conto, firmato da Robert Bloch, è ancora oggi un capolavoro inarrivabile per l'uso delle musiche e della fotografia - per non parlare del montaggio - e le sequenze di altissima suspense, girate con una maestria superba. Non a caso la scena più famosa della pellicola, cosiddetta "della doccia", riesce ancora oggi a impressionare le platee. Quarantacinque secondi di angoscia e puro terrore, nei quali una spaventata Janet Leigh muore accoltellata da una donna. La Leigh interpreta la parte di Marion Crane, una giovane impiegata, che per risolvere i problemi economici del suo amante Sam (John Gavin) ruba una grossa somma di denaro dall'ufficio e parte diretta verso il paese natio del fidanzato. Durante la notte, decide d'accamparsi in uno sperduto motel, in cui fa la conoscenza del turbato gestore Norman Bates (Anthony Perkins), oppresso da un'anziana e dispotica madre che parla poco, ma ad alta voce. Marion ben presto capisce di non essere la benvenuta nel posto e, dopo una magra cena con Norman, torna in camera e si fa la doccia. Mentre s'insapona, qualcuno, una donna, entra nella stanza. Brandisce un coltello, con il quale, in poco tempo, inizia a colpire violentemente la povera ragazza ignara. Poco dopo, un urlo: <<Mamma!>> è Norman che, sorpreso per l'orrendo fatto compiuto dall'anziana madre, inizia a cancellare le tracce del delitto, facendo affondare nello stagno vicino anche la macchina della vittima. Non ci vuole molto che Lila (Vera Miles), la sorella di Marion, e Sam, si mettano ad indagare sulla misteriosa e sospetta scomparsa della ragazza. Assumono un investigatore privato, Milton Arbogast (Martin Balsam), che scopre la verità ma finisce sempre sotto la lama della "mamma". Ma la verità è tanto nascosta quanto improbabile... E qui ci si ferma, come al solito, per non svelare un colpo di scena che è efficacissimo. Senza di esso Psyco perderebbe molta della sua credibilità, ma il talento di Hitchcock consiste anche nel saper mostrare i fatti da un certo "punto di vista". E' ammirevole anche per come si discosta, guadagnandoci, dal romanzo originale, del quale, nello script di Joseph Stefano, rimane poca traccia. Soltanto i personaggi principali, sebbene nel libro Bates sia un omone grasso e di poche parole. All'attivo della pellicola è anche il funzionale contributo del fotografo John L. Russel. Altro particolare importante, il bianco e nero. Non è vero che Hitchcock lo scelse per risparmiare, né tantomeno per attutire l'impatto emotivo di alcune scene (come quella della doccia), ma semplicemente per rendere la vicenda più "oscura" e "tetra": non sarebbe sbagliato definire Psyco come un folle viaggio nella mente perversa dell'uomo, dove anche il pensiero più impensato e terribile può diventare realtà. Non a caso il film è ancora oggi ricordato come il capolavoro - o uno dei capolavori -del maestro, ed è indubbiamente il maggior successo di pubblico della sua carriera. Ma quello che pochi sanno è che è ispirato ad una storia presumibilmente vera, dalla quale avrebbero attinto poi altri cineasti. Ed Gein, conosciuto come il <<macellaio di Plainfield>>, divenne nella finzione letteraria di Robert Bloch Norman Bates; alla sua vita s'ispirano però anche altri serial killer del grande schermo, come la famiglia di cannibali di Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper e lo psicopatico Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme, tratto dal best-seller di Thomas Harris. All'uscita, Psyco si guadagnò un bel divieto ai minori di 17 anni non accompagnati negli USA e 4 candidature agli Oscar, delle quali nessuna si concretizzò. Col passare del tempo, trasformato da gran successo popolare a film amato anche dai critici (specialmente francesi) e quindi di culto, ebbe persino due seguiti cinematografici fra il 1982 e il 1985, entrambi interpretati - il secondo anche diretto - da un invecchiato Anthony Perkins. Ancor distaccandosi dalla saga letteraria di Bloch, che nel frattempo era proseguita con altri capitoli, i due nuovi episodi segnarono l'avvicinamento di Psyco alla moda horror slasher degli anni Settanta e Ottanta, nei quali registi John Carpenter, Wes Craven e Tobe Hooper trionfavano come nuovi maestri del film di spavento. Definire Psycho II - che si avvalse pure dei contributi di Jerry Goldsmith (musiche) e Alfred Whitlock (effetti speciali) - e Psycho III delle goffe imitazioni dell'originale non è sbagliato, anzi. Davanti al confronto col capolavoro di Sir Hitchcock i due sequels sono banali e inutili, e neanche il quarto, realizzato per la Tv nel 1991 quindi con modesto budget, non fa eccezione. La saga sembrava chiusa, quando nel 1998, Gus Van Sant l'ha riaperta con un rifacimento che ha lo sbagliato presupposto di esserne la copia perfetta e identica, con stesse riprese, tagli di montaggio, musiche. I due film corrisponderebbero anche, peccato che nel primo ci sia la mano di un maestro e nel secondo quella di un buon cineasta di mestiere. Non basta la musica di Bernard Herrmann e la stessa sceneggiatura di Stefano ad autorizzare Van Sant di rifare per filo e per segno un indiscusso capolavoro, anzi, l'operazione remake, di un'ignobiltà senza fine, non avrebbe neanche dovuto avere l'appoggio della Universal.   



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11 luglio 2007
Opera - 1987 - Dario Argento
Opera
(Opera)
Dario Argento, Italia 1987, 106'.
Con Cristina Marsillach, Ian Charleson, Urbano Barberini, Daria Nicolodi, William McNamara, Coralina Cataldi Tassoni, Antonella Vitale, Barbara Cupisti.



Dario Argento è, nel bene e nel male, un maestro dell’horror all’italiana. I suoi film, che piacciano o no, suscitano sempre l’attenzione di critica e pubblico. Nel corso degli anni è passato da atmosfere alla Hitchcock, che caratterizzavano i primi gialli, a perfette alchimie di sangue e terrore. Con Opera racconta, in modo macabro e surrealistico, il suo grande amore per il teatro. L’assassino, dietro i cui guanti si celano ancora le mani del regista, contribuisce infatti a sollevare quell’alone di mistero che avvolge il Macbeth di Verdi. La giovane Betty (Cristina Marsillach), scelta per sostituire l’anzia e viscida collega Mara Cecova, non è fin troppo contenta di esordire in quella che è considerata un’opera maledetta. Il regista Marc (Ian Charleson) ci mette ben poco a smentirla. Ma quella sera, durante la rappresentazione, accade qualcosa di orrendo. Una maschera muore in modo terribile e cade da un soppalco, catturando l’attenzione di tutti. Ma lo spettacolo deve continuare e Betty, seppur spaventata, continua a cantare. È un successo, ma l’orrore non è finito: qualcuno s’introduce nell’appartamento dove Betty e il fidanzato Stefano (William McNamara) s’accingono a fare l’amore e uccide lui sotto gli occhi di lei, costretta a guardare il disgustoso e sanguinolento spettacolo con degli spilli sotto le palpebre. Fa bene a preoccuparsi Alan (Urbano Barberini), un poliziotto che pare avere più di una cotta per la giovane soprano, e infatti, quando i morti diventano tre (muore la costumista) l’affida alla protezione di un agente. Ma quello che bussa alla porta della ragazza è il vero poliziotto oppure l’assassino. Scoprirlo non vale la pena e in poco tempo Mira (Daria Nicolodi), l’agente di Betty, si ritrova con un proiettile nell’occhio destro. La ragazza viene salvata dalla piccola Olga, sua vicina di casa, e decide di raggiungere Marc a teatro, che gli spiegherà come fare per incastrare il killer. Arrivati qua non sveliamo altro. Perché Opera è talmente ben sceneggiato che svelare un gran colpo di scena, che coincide con una delle migliori invenzioni tecniche del cinema di Argento - ancora coaudiuvato dall’esperto Sergio Stivaletti - sarebbe un peccato. È per questo che l’horror funziona, grazie a suspense misurata, un certo gusto del macabro e colpi di scena di sicuro impatto. La bravina Cristina Marsillach non fa rimpiangere Vanessa Redgrave, inizialmente chiamata per la parte, né Urbano Barberini delude gli spettatori che l’avevano già visto in Dèmoni (1985) di Lamberto Bava. Al risultato finale contribuiscono notevolmente assidui collaboratori come Claudio Simonetti (musiche), Franco Fraticelli (montaggio), Davide Bassan (scene) e il direttore della fotografia premio Oscar Ronnie Taylor. 

Voto: ***




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10 luglio 2007
Vestito per uccidere - 1980 - Brian De Palma

Vestito per uccidere
(Dressed to Kill)
Brian De Palma, USA 1980, 105'.
Con Michael Caine, Angie Dickinson, Nancy Allen, Keith Gordon, Dennis Franz 



Rammentate la scena della doccia di Psyco? Bene, perché qui Brian De Palma, grande ammiratore del maestro americano, ce ne mette ben due, all’inizio e alla fine. E non si capisce dove inizi e finisca l’omaggio a Hitchcock. Come thriller, Dressed to Kill funziona a regola d’arte, mantenendo lo spettatore sulla corda dell’incertezza fino all’improbabile, ma efficace finale. Chi è che ha ucciso in ascensore Kate Miller (Angie Dickinson), matura e frustrata donna finita abbordata da uno sconosciuto (Ken Baker) affetto da sifilide in una galleria d’arte? Gli indizi portano a Bobbi, un transessuale ex paziente del dottor Robert Elliott (Michael Caine), che incide sulla segreteria di quest’ultimo messaggi sconcertanti. Non ci mette molto il maniaco omicida, che agisce munito di parrucca bionda, occhiali da sole neri e rasoio, ad individuare la prossima vittima: una squillo di lusso (Nancy Allen) che ha visto troppo e, dopo essere diventata la prima sospettata del detective incaricato (Dennis Franz), s’è messa a ficcare il naso insieme al figlio inventore (Keith Gordon) della Miller. Fra inseguimenti nei musei - un evidente richiamo a La donna che visse due volte, che aveva già ispirato il precedente Complesso di colpa - e in metrò, colpi di scena e alta tensione, De Palma (anche autore della sceneggiatura) mescola abilmente i toni del giallo d’indagine con un erotismo patinato in perfetto stile anni ’80. La bravura degli interpreti, tra cui il protagonista assoluto è uno straordinario Michael Caine in una parte dalle mille sfaccettature, è all’attivo del film; lo sono anche la splendida colonna sonora di Pino Donaggio e la fotografia di Ralf Bode.
 

Voto:
****




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cinema
17 giugno 2007
Cannibal Holocaust - a detta di molti, il film più controverso della storia



Sentivo parlare di questo film da tanto tempo. E adesso che l'ho visto, su consiglio di qualche buon amico, ho deciso di comunicarvi la mia esperienza. Dire che questo film è una noia mortale non sarebbe sbagliato. E neanche che è disgustoso, una carrellata di effetti sanguinolenti (alcuni, sugli animali, girati senza neanche effetti speciali) che a Dario Argento sarebbero bastati per 5 film. Parlo, ovviamente, di Cannibal Holocaust, il miglior lavoro, a detta del suo autore e di molti fan, di Ruggero Deodato. Un film giudicato come "il più controverso della storia del cinema", censurato (si dice) in 50 paesi del mondo, che all'uscita nel 1980 fu subito processato e accusato di essere uno "snuff movie". Però, intanto, pur venendo massacrato dalla critica, questo film iniziava a guadagnarsi il rispetto e la stima del pubblico. La storia, ideata da Gianfranco Clerici, sarebbe divenuta la scaletta anche di un altro grande successo, The Blair With Project, la cui operazione marketing prevedeva nel raccontare la "vera sparizione di tre studenti" nel bosco vicino alla cittadina di Blair.



L'opus di Deodato comincia con una veduta aerea della foresta amazzonica sulla quale scorrono i titoli di testa commentati dalla splendida colonna musicale di Riz Ortolani. Poco dopo si apprende che quattro reporter, andati in Amazzonia per girare un documentario sui cannibali, sono misteriosamente scomparsi. Fra di loro c'è anche l'allora giovane Luca Barbareschi, che poi diverrà un attore noto. L'azione si sposta poi sul professor Harold Monroe (Robert Kerman) che viene incaricato di ritrovarli e mandato là con una spedizione militare. La giungla amazzonica si rivela un inferno, con le terribili azioni compiute dagli indigeni, e il professore con i suoi è persino invitato ad un pranzo cannibalico. Trova poi i resti dei quattro reporter, insieme alle bobine del materiale da loro girato. Questo, proiettato a New York alla sede della BDC, la rete tv per cui lavoravano, si rivela sconvolgente, con i quattro che compiono violenze ben più terribili di quelle degli indigeni. La situazione si ribalta poi quando i reporter vengono catturati e sventrati dai cannibali; l'ultimo di loro rimasto, il regista Alan Yates, muore gridando "Continua a girare!". La frase che conclude il film, pronunciata da Monroe, è emblematica: "Mi chiedo chi siano i veri cannibali".

Il film, girato con spirito documentaristico, ha poco a che spartire con l'horror, come il suo stesso autore ha ribadito più volte. E' invece un coraggioso film di denuncia, senza scrupoli anche nel mostrare le scene più crude, per il quale Deodato dovrebbe essere ammirato. Come Pasolini con "Salò", ha realizzato quello che per molti è un vero e proprio capolavoro, mentre per altri una gelida e sgradevole operazione commerciale di orrore indescrivibile. Non si sa se le intenzioni di Deodato fossero le stesse della produzione, che lo invogliò a girare quasi un seguito del suo precedente lavoro, "Ultimo mondo cannibale". Quel che è certo è che il film è molto, molto forte. Ricordate "Mondo Cane" di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi e Paolo Cavara? "Cannibal Holocaust" ne può essere considerato il diretto discendente. E' una pellicola disgustosa, ma che val la pena assaporare almeno una volta. Non prendete sul serio però quello che Deodato vuole affermare. E' per il suo mestiere che cerca di confondere la simulazione con la realtà, il cinema con la vita vera.




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cinema
14 giugno 2007
Brian De Palma, moderno maestro della suspense
Brian De Palma
Hitchcock, la suspense e il thriller



Fra i maggiori appassionati e studiosi di Alfred Hitchcock (1899-1980), mago della suspense e maestro del thriller americano, Brian De Palma merita sicuramente un posto d'onore, tantoché i più lo considerano addirittura il suo erede ufficiale. Purtroppo quest'etichetta, che probabilmente stava stretta al regista, è stata tolta con l'uscita di pellicole giudicate deludenti dalla critica, come ad esempio gli ultimi Femme fatale (2002) e Black Dahlia (2006). In realtà De Palma ha perso gran parte della sua maestria nel genere "ad alta tensione" impegnandosi in blockbuster che dovevano far centro al botteghino, o pellicole commisionategli da altri: parliamo di Mission: Impossibile (1996), ispirato alla famosa serie Tv di Bruce Wagner degli anni '60, e di Mission to Mars (2000) in cui il cineasta esplora il territorio della fantascienza.



Nato l'11 settembre 1940 nel New Jersey da genitori di origini italiane, De Palma, considerato uno dei registi migliori della New Hollywood (ovvero la rinascita della mecca del cinema americano dopo la caduta degli anni '70),
esordisce dietro la macchina da presa a 28 anni con Murder à la mode (1968), con il quale ottiene già un discreto successo, ma è senz'altro più decisiva nella sua carriera la fruttuosa collaborazione con l'allora giovane Robert De Niro in Ciao America (1968) e Hi Mom! (1970), ideale seguito del precedente. Dimostrando un grande talento nonostante sia ancora un esordiente, il regista arriva a lavorare anche con star come Robert Mitchum (Dioniso nel '69, 1970), Charles Durning (Le due sorelle, 1973) e persino Orson Welles (Conosci il tuo coniglio, 1972). Ma la fama arriva nel 1974 quando reinterpreta il classico romanzo horror di Gaston Leroux con lo stravagante e al tempo stesso geniale Fantasma del palcoscenico interpretato da un superlativo Paul Williams - autore della colonna sonora - e che lancia sulla scena anche la giovane Jessica Harper, poi protagonista di Suspiria (1977) per la regia di Dario Argento. Il 1976 vede per De Palma due progetti davvero interessanti: dirige l'horror Carrie, lo sguardo di Satana (1976), prima trasposizione cinematografica dei fortunati romanzi "di paura" dello scrittore Stephen King con una brava Sissy Spacek e, su sceneggiatura di Paul Schrader, il thriller Complesso di colpa, ispirato all'hitchcockiano La donna che visse due volte (1958).



Un grande successo di pubblico e critica consacra ancora De Palma con i successivi Vizietti familiari (1978) e Fury (1978) con Kirk Douglas, in cui il cineasta pare si fosse ispirato ad Argento e al suo Profondo rosso (1975). Con l'ottimoVestito per uccidere (1980) entra prepotentemente nell'antologia del thriller erotico dirigendo grandi attori come Michael Caine e Angie Dickinson. L'anno dopo dirige sua moglie Nancy Allen e John Travolta in Blow Out (1981), altro thriller che regista incassi dignitosi al box-office USA. Tre anni dopo s'inoltra nel filone del "gangster-movies" facendo un memorabile rifacimento di un classico (1932) di Howard Hawks: Scarface (1983) contribuisce a dare una svolta alla carriera di Al Pacino, memorabile nella parte di Tony Montana, ma è anche rinnegato da alcuni interpreti come l'allora sconosciuta Michelle Pfeiffer per l'eccessiva violenza (chi non ricorda la scena della motosega?) e i contenuti forti. Col successivo Omicidio a luci rosse (1984) s'addentra nel pruriginoso mondo californiano dei film pornografici e ottiene un buon successo, oltre a lanciare la carriera della brava Melanie Griffith (figlia di Tippi Hedren) che per l'interpretazione della star a luce rossa Holly Body si guadagna meritatamente un Golden Globe. Dopo l'insuccesso di Cadaveri e compari (1986), commedia con Danny De Vito, torna al film di mafia con il capolavoro The Untouchables - Gli Intoccabili (1987) interpretato da un cast superlativo con Kevin Costner nel ruolo di Elliott Ness e Robert De Niro in quello di Al Capone e che fa vincere ad uno straordinario Sean Connery l'Oscar come miglior attore non protagonista. Il falò delle vanità (1990), nonostante le ambizioni, delude i fan, ma soprattutto gli amanti di Tom Wolfe e del suo romanzo, mentre Carlito's Way (1993), ispirato ai due libri di Edwin Torres sul malavitoso Carlito Brigante, segna un'altra bella collaborazione con Pacino. Mission: Impossible vede la luce nel 1996: è senza dubbio il più commerciale dei film di De Palma, nonostante abbia scene ad alta tensione degne dei primi bei thriller girati dal regista. E' poi la volta dei flop come Omicidio in diretta (1998) con Nicolas Cage e Gary Sinise e Mission To Mars (2000) con Tim Robbins, dai più considerato il peggior film nella carriera di De Palma. L'ultimo suo film è il noir The Black Dahlia (2006) con Josh Hartnett e Scarlett Johansson, ispirato dal romanzo di successo omonimo di James Ellroy.
4 maggio 2007
 

E' doveroso, per me, iniziare il nuovo blog con quello che considero il film della mia vita. Sto parlando di un capolavoro assoluto del cinema che è C'era una volta in Americail meraviglioso canto del cigno di un cineasta straordinario. Il suo nome era Sergio Leone. Figlio di Roberto Roberti, un regista del muto, nacque a Roma il 3 gennaio 1929. Dopo un apprendistato come assistente alla regia di registi del calibro di Vittorio De Sica (Ladri di biciclette, nel quale fa anche una breve parte), Mervyn Le Roy (Quo vadis) e William Wyler (Ben-Hur, vincitore di 11 Oscar), esordì nella regia nel 1961 con il kolossal storico Il colosso di Rodi, interpretato da Rory Calhoun, Lea Massari e Georges Marchal e peraltro premiato da un buon successo di pubblico. Ma il genere che affermerà Leone è un altro. Nel 1964 reinventa il genere western all'italiana - oggi conosciuto in tutto il mondo come "spaghetti-western" - con il classico Per un pugno di dollari, ispirato a La sfida del samurai di Akira Kurosawa, che lancia il mito dello straniero senza nome interpretato da Clint Eastwood. Il film parte come imitazione dei prodotti americani - e tutto il cast, tecnici compresi, si celano dietro nomi d'arte americani (Leone è Bob Robertson, Morricone è Dan Savio, Gian Maria Volonté è John Wells, ecc.) - ma poi andrà a definire un tipo di prodotto copiatissimo in tutto il mondo, dal quale attingeranno anche cineasti di Hollywood. Seguono Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il cattivo e il (volutamente come ha scritto qualcuno) reazionario Giù la testa. Ma il vero è proprio capolavoro di Leone - che morirà il 30 aprile 1989 -, frutto di un lavoro di quasi dieci anni, è proprio C'era una volta in America. Torniamo, quindi, a questa magnifica opera. Segue la mia recensione:


C’era una volta in America
 
(Usa 1984, drammatico, col., 218')
di Sergio Leone con Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Treat Williams, Tuesday Weld, William Forsythe, Scott Tyler, Jennifer Connelly, Robert Harper, James Hayden, Richard Bright, Danny Aiello, Mario Brega, Olga Karlatos, James Russo, Paul Herman, Larry Rapp

Tratto dal romanzo autobiografico Mano armata (1983) di Harry Grey, pseudonimo di David Aaronson. Sceneggiato dal regista con Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco “Kim” Arcalli e Franco Ferrini, è il meraviglioso canto del cigno di S. Leone che morì 5 anni dopo. Ambientata in una New York cupa e violenta, è la storia di un’amicizia virile che dura nel tempo: quella di Noodles (R. De Niro) e Max (J. Woods). Inizia negli anni ’20, quando i due sono ragazzini e già piccoli delinquentelli, prosegue nei ’30 quando Noodles, uscito di prigione, ritrova l’amico e tutte le vecchie compagnie. Ma le loro strade si dividono quando Max tradisce l’amico con l’amata Deborah (E. McGovern), ora diventata attrice, dalla quale ha un figlio. Nonostante il torto subito, a una festa Noodles si rifiuta di uccidere l’amico. Le danze si aprono e si chiudono in una fumeria d’oppio, nascosta dietro un teatro delle ombre - nel quale s’intravede, a seno scoperto, anche un’avvenente O. Karlatos - in cui Noodles ricorda tutte le situazioni e gli avvenimenti principali della sua vita. Il presente non esiste: tutto il film è un lungo, grande flashback, che parte dal 1968 per arrivare a trent’anni prima, ma anche il 1968 si può considerare come un flash forward rispetto al 1933. Contributi tecnici di prim’ordine tra cui la colonna musicale di Ennio Morricone - riempita anche di brani famosi come “Amapola”, “Yesterday”, “Summertime”, “Night and Day”, “God Bless America”, persino “La gazza ladra” rossiniana nella sequenza dello scambio delle culle - e la fotografia dell’ottimo Tonino Delli Colli, con Leone già in Il buono, il brutto, il cattivo. Compagnia di attori straordinaria. 1° film di J. Connelly. Per volere del produttore Arnon Milchan uscì negli USA anche una versione scorciata di 139 minuti che fu un fiasco tremendo.  

VOTO 5/5


Apprezzerò qualsiasi commento a riguardo.





permalink | inviato da il 4/5/2007 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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